Shirin Neshat, Women without man

Ieri ero a Milano, per una serie di incontri di lavoro e mi sono tenuta un paio d’ore libere, per fare un salto a Palazzo Reale e visitare la video installazione di Shirin Neshat, Women without man, basata sul lungometraggio omonimo, che ha rappresentato il debutto della Neshat come regista, Leone d’argento nel 2009, alla biennale di Venezia. Un opera video imponente, che ha occupato quattro anni della vita artistica della Neshat per essere realizzato (2004-2008).



Non era la prima volta che vedevo dal vivo dei lavori della nota videoartista: potei gustarmi “Passage” al MoMa di San Francisco, l’estate scorsa, e la sensazione che vedere i suoi lavori mi lascia dentro è sempre la stessa. Da un lato, quel misto di pienezza, ammirazione, amarezza, fierezza, dignità, rabbia che si confonde con empatia e rispetto e, dall’altro, il suo essere una fonte perenne d’ispirazione per me, per le sue capacità visionarie, nel rendere “persone e oggetti in movimento” situazioni e concetti di estrema complessità. Sono passati sei mesi da allora, il contesto era diverso, il lavoro differente, ma la qualità è sempre la stessa, stiamo parlando di eccellenza artistica.


“Women without man” è ambientato nella stanza mozzafiato delle Cariatidi, all’interno di palazzo Reale a due passi dal duomo. Quello che si trova nell’entrare è una serie di pannelli che riempiono la stanza, in cui si alternano veri e propri spazi di proiezione, a stoffe in trasparenza con stampati di still dei video. La sala è praticamente in penombra e l’atmosfera ti rapisce da subito. Con le persone che sono con te in sala, condividi l’esperienza della visione, poiché i cortometraggi si attivano uno alla volta, in cinque punti differenti, ognuno ad accogliere una storia e una donna. Gli osservatori migrano lungo questo filo invisibile tracciato tra le proiezioni e lo spostamento fisico accompagna quel vissuto emozionale intensissimo che la visione provoca.


I video sono ispirati a un romanzo della scrittrice iraniana Shahrmush Parsipur (che voglio leggere a questo punto), vietato in Iran dal 1989. La collocazione temporale delle storie è quella del 1953, anno in cui il primo ministro Mossadegh, tenta di contrastare il colpo di stato (dietro cui stavano inglesi e americani) poi riuscito, che riporta lo Shah al potere e soprattutto il controllo sul petrolio ad alcune potenze europee. La contestualizzazione storica è importante e la Neshat la ricorda molte volte nei video. Ma se da un alto è pur vero che il romanzo, è la base da cui l’artista prende spunto, dall’altro le sue capacità di artista fanno si che ciò che si crei, sia un qualcosa di nuovo dove l’onirico, l’umano, la pazzia, si confondono a creare uno scenario che rapisce. Le musiche del lavoro sono fortemente evocative e amplificano il vissuto emozionale che i video, necessariamente inducono.


Gli occhi dei personaggi della Neshat, raccontano della dignità di donne che con coraggio tentano di opporsi ad un mondo che le vorrebbe annientare. I temi affrontati riguardano la lotta per la redenzione di persone che vivono in una struttura che opprime e che impone severe regole sul sesso, la religione e i comportamenti sociali. Fanno male certi passaggi dei video e non nascondo che da donna e da essere umano, alcuni momenti per me sono stati toccanti e mi hanno realmente sfatto sgorgare lacrime come una bimba. E’ potente il messagio di questi video e grandiosa la Neshat nel renderlo.


Fa male la scena di Zarin, prostituta anoressica che vede uomini senza volto,  che si redime da questa sporcizia che la immobilizza, andano in un hammam a lavarsi.


Fa male vederla nuda, nel suo essere fiore fragile, lavarsi in maniera ossessiva con una spugna ruvida fino a sanguinare.


Fa male vedere Faezeh che, in un corto circuito spazio-temporale, rivive e rivede il suo stupro.


Fa male la follia di Mahdokht, tra l’altro meravigliosamente rappresentata in un video che, da un punto di vista fotografico-espressivo, è realmente visionario e fonte inesauribile d’ispirazione.


E’ forte la componente storica di questo lavoro, soprattutto in considerazione del riverbero che un’opera del genere, ha nella riflessione contemporanea, su un africa del nord in subbuglio e in rivoluzione e su un medio oriente sempre in fermento.


Ma quello che rimane più di tutto da donna, è la storia di quelle cinque donne. I lavori della Neshat hanno un valore sociale altissimo, non solo perchè riescono a sensibilizzare e a instillare la consapevolezza di un qualcosa, ma anche per la empatia che spero provocheranno a milioni di altre persone.


Queste donne, alla fine, si ritrovano tutte e cinque  in una sorta di giardino dell’eden, a cui sono arrivate, fuggendo da una realtà infernale quotidiana che le opprime, sono donne prevaricate che ritrovano la dignità e il coraggio di liberarsi.


Un messaggio forte anche per le donne dell’occidente che a volte si adagiano su dei diritti che sembrano scontati oramai, ma che sempre più spesso in maniera subdola, vengono messi in discussione.


La storia di quelle donne è anche la nostra storia: quando finalmente ci renderemo conto che qualsiasi essere umano di cui non vengono rispettati i diritti, è anche un problema nostro, inizierà una presa di coscienza collettiva che farà migliorare la situazione globale del genere essere umano, uomini o donne che siano.


Io ci credo che sia possibile.


Per approfondire un’intervista alla Neshat su questo lavoro qui



The following two tabs change content below.
Sono Silvia Pasquetto, fotografa di persone. Lavoro come fotografa freelance a Padova e Venezia e realizzo ritratti personali e professionali, servizi fotografici di branding, commerciali e di moda.
No Comments.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *